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Paragrafo  2  .  Gli effetti della recessione sui sistemi  politici  e

sulle relazioni internazionali.

     
Una  crisi  economica cos grave, estesa e prolungata non  poteva  non
avere   conseguenze   sui   sistemi   politici   e   sulle   relazioni
internazionali. In quasi tutti gli stati coinvolti, la recessione e la
conseguente tensione sociale produssero mutamenti in senso autoritario
dei  rapporti istituzionali. Nei paesi dotati di maggiori capacit  di
ripresa   e   politicamente  pi  stabili,  come  gli   Stati   Uniti,
l'Inghilterra,  la  Francia e i paesi scandinavi,  non  si  produssero
trasformazioni

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profonde  n  degenerazioni  del sistema  politico;  in  Germania,  in
Austria,  in  Italia  e  in  numerosi stati  dell'Europa  orientale  e
balcanica pi colpiti dalla crisi, con minori risorse e basi politiche
pi fragili, si formarono veri propri regimi autoritari e dittatoriali
o, laddove questi si erano gi instaurati, risultarono consolidati.
     I  governi  di quasi tutti gli stati cominciarono ad  attuare  un
maggiore   controllo  sul  sistema  economico  attraverso   interventi
sistematici  sui  cambi,  sui  prezzi,  sui  salari,  sui  livelli  di
produzione e, in alcuni paesi, tramite l'elaborazione di programmi  di
sviluppo, basati sulla definizione di obiettivi e di priorit  per  la
produzione e per i consumi.
     L'assunzione di pi ampie e precise funzioni economiche da  parte
dello  stato  era  ritenuta  necessaria dall'economista  inglese  John
Maynard  Keynes,  che  elabor una teoria antiliberista  destinata  ad
incidere  profondamente sul sistema capitalistico. Egli sosteneva  che
il  livello  della produzione e dell'occupazione non  era  determinato
dalla  disponibilit di risorse, ma dalla domanda  complessiva,  ossia
dalla spesa privata per i consumi e per gli investimenti, sommata alla
spesa  pubblica.  Poich era chiaro, e la crisi del  1929  lo  provava
inconfutabilmente,  che  il  mercato non  era  in  grado  di  regolare
spontaneamente  l'equilibrio tra domanda e offerta n di  favorire  la
piena occupazione, spettava allo stato il compito di agire sulla spesa
pubblica,  espandendola in modo da produrre incremento di reddito  per
imprenditori  e  lavoratori e incentivare cos l'aumento  della  spesa
privata.  A tale scopo i governi non dovevano pi porsi come obiettivi
fondamentali  il  pareggio  del  bilancio  e  la  stabilit  monetaria
attraverso  l'adozione  di  misure restrittive;  essi,  al  contrario,
dovevano  promuovere la realizzazione di opere pubbliche, incrementare
la  richiesta  di forniture a imprese private, concedere contributi  e
sussidi.  Il  conseguente aumento della spesa pubblica avrebbe  dovuto
essere  finanziato  tramite  il ricorso ai  prestiti  dei  capitalisti
privati  e non con l'aumento generalizzato delle imposte; ci  avrebbe
determinato una crescita del deficit pubblico, che per sarebbe  stata
compensata dall'incremento della produzione e dei redditi. Le idee  di
Keynes, in massima parte esposte nella Teoria generale dell'interesse,
dell'occupazione e della moneta del 1936, influenzeranno  la  politica
economica  di vari stati durante e soprattutto dopo la seconda  guerra
mondiale.
     In   seguito  alla  recessione  mondiale,  la  distensione  nelle
relazioni  internazionali, che sembrava avviata dal patto  di  Locarno
(vedi  capitolo  Tre,  paragrafo 4) e da quello  Briand-Kellogg  (vedi
capitolo  Tre,  paragrafo  6),  venne  compromessa  da  una  crescente
tensione.  Infatti, le misure adottate dai vari stati  per  difendersi
dalla  crisi  provocarono la formazione di aree chiuse e  protette  (i
paesi   scandinavi   con  il  Belgio,  l'Olanda  e   il   Lussemburgo;
l'Inghilterra  con  i  paesi  del  Commonwealth;  l'impero   coloniale
francese;  l'Unione  Sovietica; il Giappone),  che  determinarono  una
frantumazione  del  mercato mondiale ed una contrazione  degli  scambi
commerciali.  Alcuni  paesi  allora, in particolare  quelli  retti  da
regimi  autoritari  e dittatoriali come  la Germania,  l'Italia  e  il
Giappone,  trovarono nella necessit di allargare il  proprio  mercato
una motivazione in pi per praticare una politica estera aggressiva.
